Ma il problema di fondo non è risolto

22 febbraio 2012

La soddisfazione è generale, anche se forse un po’ prematura. I 130 miliardi concessi ad Atene hanno evitato il disastro immediato, la bancarotta pura e semplice nel giro di un mese. E questo è un grosso risultato, non solo per la Grecia. Ma restano sul tavolo problemi che la maratona dell’Eurogruppo dell’altra notte non ha affatto sciolto e che, poiché sono inevitabilmente destinati a ripresentarsi, sarebbe bene che venissero affrontati fin d’ora per quello che sono. Essi non riguardano solo la questione greca, ma tutta la strategia con cui l’Europa – le istituzioni e i singoli Paesi – sta cercando di rispondere alla crisi finanziaria.

Cominciamo dai dettagli che riguardano proprio l’accordo trovato ieri all’alba sul prestito e sul taglio del debito greco. Cominciamo da lì perché, al di là dei tecnicismi, essi mettono drammaticamente in luce i limiti, le debolezze e le contraddizioni di tutta l’impostazione che i Paesi dell’euro stanno dando alla politica per uscire dalla crisi. Perché diventi operativo, e soprattutto risolutivo, il versamento dei 130 miliardi ha bisogno ancora di due condizioni: la prima è la verifica dell’attuazione concreta delle misure cui il governo Papademos e il Parlamento si sono impegnati. Logico, dirà chi dei greci non si fida troppo e, dati i precedenti, con qualche ragione. Il problema è che la verifica spetterà alla Troika che secondo l’intesa verrà per così dire sovrapposta permanentemente agli organismi di controllo del bilancio di Atene. Ora, una delle componenti della Troika, il Fmi, ha già cominciato ad esprimere dubbi sull’entità della propria partecipazione ed è possibile che, per sostenere queste esitazioni, adotti verso la “buona volontà” greca gli stessi metri di giudizio che ha applicato in passato, e non solo ad Atene. La seconda condizione è che l’intesa raggiunta con le organizzazioni che rappresentano le grandi banche, i fondi d’investimento e le assicurazioni venga effettivamente applicata. E cioè che tutti gli istituti che detengono titoli greci accettino, uno per uno, l’accordo che in loro nome è stato firmato dall’americano Charles Dallara e dal tedesco Josef Ackermann, cui all’ultimo momento si è aggiunto il francese Jean Lemierre , di Bnp Parisbas. L’accordo è molto impegnativo: un haircut del 53,5% e una riconversione dei titoli che potrebbe portare le perdite intorno al 70%. Non è affatto detto che tutte le banche creditrici accetteranno, rimpinguando le casse di Atene con 107 miliardi necessarissimi per abbassare il debito quel tanto che è necessario per ottenere davvero i 130 miliardi: l’associazione delle banche tedesche ha già fatto sapere di avere dubbi molto consistenti.

Lasciamo agli esperti il giudizio sulla effettiva praticabilità dell’accordo. Qui interessa piuttosto prenderne in esame la logica e discuterne le implicazioni politiche. Primo punto: con la Grecia si continua ad agire come se il problema fosse soltanto ottenere risparmi costi quel che costi senza minimamente porsi il problema di una ripresa economica (e sociale, e civile). Il Paese è in recessione da cinque anni e il Pil è in calo del 6% nonostante che qualche settimana fa il “worst-case” fosse calcolato, dalla stessa Troika, al 5,5%. Non è solo un problema di democrazia e di mancanza di solidarietà che sta danneggiando terribilmente l’immagine dell’Unione: se non si cambia politica, Atene si avvia a diventare veramente quello che il ministro delle Finanze tedesco Wofgang Schäuble ha chiamato sprezzantemente «ein bodenloses Loch», un pozzo senza fondo.
Secondo punto: le banche private. I soldi che Atene riceverà dovranno andare solo e soltanto al ripiano del debito, e quindi al pagamento degli interessi che maturano sui titoli. Per essere sicuri che ciò avvenga i “guardiani” europei hanno imposto che il prestito fluisca su un conto speciale da cui si possa attingere solo per quello. Ma la grande maggioranza dei titoli sono posseduti dalle banche (tedesche, francesi, americane, italiane e anche greche). Semplificando in modo un po’ rozzo, si può dire che i soldi vengono prestati ad Atene perché arrivino ai grandi istituti finanziari, che sono poi quelli che hanno una enorme parte di responsabilità nelle speculazioni che hanno ingigantito il debito greco, e non solo quello.
Si considerino il primo e il secondo punto insieme e ci si renderà facilmente conto del fatto che il caso greco è solo un paradigma di tutta la strategia che l’Europa sta mettendo in campo per combattere la crisi dei bilanci e salvare l’euro. Nonostante le dichiarazioni di buoni propositi degli ultimissimi tempi, tutta l’iniziativa continua ad essere centrata sulla disciplina di bilancio e a ignorare programmaticamente ogni progetto di ripresa dell’economia. Il problema non è solo la cancelliera Merkel con le fisime della sua opinione pubblica e le sue difficoltà con la coalizione. Né è solo Sarkozy con la sua monomania elettorale. Il problema sono anche le attuali istituzioni europee e anche una cospicua maggioranza degli altri governi. Da un lato non si mette mano alla regolazione dei mercati finanziari, dall’altro l’Europa è muta e assente in fatto di investimenti, politiche industriali, occupazione, tutele sociali. Tutto quello che si è visto in campo è la lettera firmata da dodici capi di governi prevalentemente di destra che “legge” la prospettiva della ripresa economica quasi tutta e soltanto in un generale piano di liberalizzazioni.

   
 
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