Non sono solo gli eurobond a turbare i sonni di Angela Merkel. Anche la sua creatura benedetta, il patto di ferro sulla disciplina di bilancio, rischia grosso. Ieri, poche ore prima che sulla firma del Fiskalpakt cominciasse alla cancelleria una riunione d’urgenza con i partiti dell’opposizione, il copresidente del gruppo dei Verdi al Bundestag ha annunciato che il suo partito sarebbe orientato a votare contro la ratifica parlamentare che il governo deve incassare entro il 15 giugno. Il problema, per Frau Merkel, è che i Verdi sono indispensabili, insieme con la Spd, per raggiungere la maggioranza di due terzi del parlamento che una sentenza della Corte di Karlsruhe (equivalente alla nostra Consulta) impone sulle leggi che riguardano il bilancio. La Spd, che sarebbe in teoria disposta a votare per la ratifica, pone una serie di condizioni che, al momento, la cancelliera e il suo governo non hanno la minima intenzione di soddisfare. La prima è l’istituzione degli eurobond, ma ne seguono molte altre, che i socialdemocratici hanno messo nero su bianco in un programma per la crescita e l’occupazione che è stato presentato in pompa magna, giorni fa, dai tre esponenti di prestigio del partito: il presidente Sigmar Gabriel, l’ex ministro degli Esteri e vicecancelliere Frank-Walter Steinmeier, attualmente presidente del gruppo al Bundestag, e l’ex ministro delle Finanze Peer Steinbrück. Lo stallo per il governo è pericolosissimo. La seduta del 15 giugno è l’ultima utile perché il patto venga ratificato in tempo per l’entrata in vigore, a luglio, dell’European Security Mechanism (Esm), il fondo Salva-stati indispensabile far fronte alla crisi finanziaria. Se salta l’appuntamento, tutto viene rimesso in discussione. In realtà, nei piani originali sul Fiskalpakt e sull’Esm si sarebbe dovuto votare proprio oggi. Era previsto anche una specie di solenne gemellaggio italo-tedesco con sedute contemporanee e scambio di parlamentari che, alla luce delle delusioni sull’austerity policy della cancelliera, sembra ora una sceneggiata un poco grottesca.
In realtà, il governo non ha nemmeno cominciato il negoziato sulle condizioni poste da Spd e Verdi e l’isolamento che sta crescendo in Europa intorno alla strategia anti-crisi tutta e solo fondata sul rigore di bilancio rende ora molto più deboli le chances di un’intesa in extremis. Ieri Steinmeier, considerato nelle file socialdemocratiche tutt’altro che un estremista, ha sostenuto che così com’è il Fiskalpakt è «materia esplosiva sia per la politica che per l’economia» e che occorre cambiarlo perché regole tanto severe sono «in chiara contraddizione con una ragionevole politica economica in Europa». Non è questione solo di condizioni: cresce, in Germania e fuori, l’opinione di quanti ritengono che il Fiscal compact, almeno nella versione attuale, non sarà mai gestibile. Prendiamo la Grecia: tutti, governi e istituzioni europee, continuano a dire che deve restare nell’euro. Ma, a parte tutte le altre considerazioni, possibile che nessuno si ponga il problema che il necessario sostegno ad Atene perché non dia forfait è assolutamente incompatibile con le regole fissate dal patto? E allora: o è una finta la determinazione a salvare la Grecia o il patto fiscale deve cambiare. Tertium non datur. Lo stesso discorso si potrebbe fare per la Spagna. E anche per l’Italia, giacché, che si sappia, il governo Monti non ha ricevuto alcuna garanzia che verranno riconosciute all’Italia le vaghissime “circostanze particolari” che il Fiscal compact prevede per eventuali deroghe e che Roma vorrebbe utilizzare per lo scomputo dal debito delle spese per investimenti o golden rule. Nelle grandi incertezze che gravano sul patto ce n’è anche una che ieri è stata evocata dal presidente del movimento federalista Virgilio Dastoli. Chi dovrebbe decidere se un Paese che non rispetta i parametri dev’essere punito? I tedeschi insistono sul carattere «automatico» delle sanzioni, ma il patto, pur se è un accordo tra Stati, riconosce comunque il potere che in materia i Trattati attribuiscono alla Commissione Ue, che dovrebbe proporre le sanzioni al Consiglio. Il quale a sua volta voterebbe a maggioranza. La posizione dura della Germania potrebbe essere messa in minoranza e Angela Merkel (se ci sarà ancora lei) avrà fatto tanto rumore per nulla.