Un prestito forzoso da imporre ai cittadini più ricchi. Oppure un’imposizione secca sui patrimoni più consistenti. Una proposta che arriva dalla Germania potrebbe riaprire il confronto sulle prospettive per rilanciare l’economia e ridurre il debito. L’idea non è venuta dall’estrema sinistra o da qualche formazione no global, ma dal prestigioso e ufficialissimo Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung (Diw), istituto di ricerca con sede a Berlino, molto ascoltato tra gli economisti e anche dalle parti della cancelleria. In concreto si tratterebbe di imporre ai contribuenti con un reddito superiore a 250 mila euro (500 mila per le coppie) un’imposta una tantum che verrebbe poi restituita gradualmente. Oppure i cittadini che superano quella soglia di reddito potrebbero venire costretti ad acquistare titoli di Stato che in futuro verrebbero rimborsati ai prezzi di mercato. Per ora si tratta di uno studio teorico, ma i risultati economici sono delineati con molta chiarezza dai ricercatori dell’istituto. «Un prestito obbligatorio oppure una tassa speciale pari al 10% dei redditi sopra i 250 mila euro – secondo il professor Stefan Bach, uno die dirigenti del Diw – mobilizzerebbe un buon 9% del Pil, qualcosa come 230 miliardi». Il debito tedesco, che pochi giorni fa ha superato i 2 mila miliardi, ovvero l‘80% del Pil, comincerebbe una discesa verso quel 60% fissato dai criteri di Maastricht cui nemmeno la virtuosa Germania è stata capace di attenersi. Gli effetti positivi ricadrebbero su tutta l’Eurozona. Al Diw ne sono tanto certi da consigliare il prestito forzoso (o la patrimoniale secca) anche ai Paesi che sono in maggiore difficoltà con i loro conti: la Grecia, la Spagna e l’Italia.
Vedremo se nel nostro Paese qualcuno raccoglierà il suggerimento. Intanto c’è da fare i conti con un appesantimento della crisi che ieri ha fatto toccare all’euro il minimo di 1,20 sul dollaro dal 2010 e il minimo assoluto, da quando esiste, sullo yen. E diventano sempre più evidenti i segnali di frenata nei Paesi che, come la Cina e l’India, fino a qualche tempo fa erano buoni mercati per le esportazioni. Una prospettiva davvero inquietante, che ha fatto dichiarare, ieri, a Christine Lagarde che la fine della crisi «non si vede» e che, anzi, negli ultimi mesi «le prospettive sono malauguratamente peggiorate». Tra qualche giorno, ha annunciato la direttrice del Fmi, gli esperti del Fondo taglieranno ulteriormente le previsioni sulla crescita mondiale, che erano state già abbassate tre mesi fa. I buoni segnali che sono venuti da alcuni Paesi europei contro l’emergenza, secondo Lagarde, non bastano a compensare il deterioramento globale, che investe anche l’Asia.
Dopo il sospiro di sollievo dopo la conclusione del Consiglio europeo, che pareva aver prospettato quanto meno un impegno comune contro l’emergenza e i rischi di crack bancari, si è tornati, insomma, al clima cupo del pre-vertice. La situazione si sta di nuovo incancrenendo. Ieri gli spread di Spagna e Italia si sono impennati a 533 e a 466. Tutti e due i Paesi sono a un passo da quel rendimento dei titoli al 7% che a suo tempo determinò l’accesso all’Efsf di Irlanda e Portogallo. Quanto alle prospettive delle prossime settimane, anche qui i dati parlano chiaro: se non entra in vigore il nuovo fondo, l’Esm, per combattere un eventuale precipitare della situazione sono a disposizione solo i 250 miliardi del vecchio Efsf, di cui 100 sono destinati al salvataggio delle banche spagnole. Se partisse l’Esm, si arriverebbe, contando i due fondi insieme, a circa 750 miliardi. Ma c’è il blocco imposto dalla Corte costituzionale tedesca che, pur richiamando il principio sacrosanto in democrazia del coinvolgimento del Parlamento nelle scelte economiche e finanziarie, di fatto sta rischiando di allungare alle calende greche la strategia del «firewall» e dello scudo anti-spread chiesto dall’Italia. Neppure il Fiscal compact sta facendo grandi progressi. Oltre alla Germania, dove la legge che lo approvava è bloccata dalla Corte, non hanno ancora ratificato il patto cinque Paesi tra cui l’Estonia, dove potrebbe verificarsi un blocco costituzionale come in Germania, e l’Italia, dove, dopo l’approvazione del Senato avvenuta ieri, manca ancora il voto della Camera. Il provvedimento passerà, anche se finora Mario Monti non ha dato alcuna garanzia sul «trattamento speciale» che dovrebbe ricevere l’Italia, la quale, secondo le rigide regole del patto che impongono la riduzione del debito al 60% del Pil, dovrebbe scendere dal 120% attuale tagliando un ventesimo l’anno. Significherebbe manovre finanziarie che qualcuno quantifica sui 100-120 miliardi l’anno.
Per aggiungere una pennellata di nero al quadro, rischia di riaprirsi anche la questione greca. Atene conferma ufficialmente la richiesta di una proroga di due anni per attuare le misure del memorandum imposto dalla trojka. Ma tira una brutta aria: tra agosto e settembre la Grecia deve ricevere 12,5 miliardi e da Bruxelles fanno sapere che i soldi non arriveranno se la trojka non vedrà «progressi significativi» sui risparmi. Insomma: si ricomincia a ballare.