Helmut Schmidt, mesi fa, sottopose ai suoi connazionali una domanda interessante, cui nessuno, che si sappia, ha ancora dato risposta. Perché – chiese l’ex cancelliere – i tedeschi sono ossessionati dal fantasma dell’inflazione e non si preoccupano affatto dei rischi della deflazione? Si dice: perché nella coscienza collettiva della Germania è vivissima la memoria della Grande Inflazione del 1922-’23.
In quegli anni per fare la spesa bisognava uscire di casa con la carriola piena di banconote. Il problema, però, resta: perché i tedeschi, invece, non hanno né memoria né paura della Grande Depressione, innescata dalla tremenda politica recessiva del cancelliere Heinrich Brüning dal ’30 al ’32? Eppure fu proprio il malessere provocato da quella politica, i licenziamenti di massa, l’impoverimento del ceto medio, gli scontri nelle strade che provocarono la fine della Repubblica di Weimar e l’avvento di Hitler al potere. Se si considera il modo con cui l’establishment della Repubblica federale si è mosso e si muove nel gran disordine della crisi dell’euro, si percepisce subito che il quesito di Schmidt è del tutto pertinente. L’austerity policy dettata da Merkel, accettata dalle istituzioni europee e, fino alla vittoria di Hollande, dai governi della grande maggioranza dell’Eurozona ha messo in serie difficoltà i Paesi del sud e ha steso una pesante ipoteca sulla sopravvivenza stessa della moneta unica. Ormai i problemi creati dalla recessione cominciano a farsi percepire anche a Berlino. E non solo per quanto riguarda l’export. Ogni giorno, praticamente, vengono aggiornate al rialzo le stime di quanto l’uscita della Grecia (solo della Grecia) dall’euro costerebbe subito alla Repubblica federale: ieri i calcoli degli istituti di ricerca indicavano 80 miliardi. Nessuno azzarda cifre su eventuali forfait di Spagna o Italia o sulla repentina scomparsa dell’euro che ne sarebbe l’inevitabile conseguenza. Ma è tanto chiaro che l’economia tedesca ne sarebbe travolta che Moody’s rivede l’outlook e ieri un piccolo istituto americano, l’ Egan-Jones Ratings, è arrivato addirittura a ipotizzare un «possibile fallimento» della Germania.
Berlino come Atene? Via, non scherziamo. Però forse è il caso di leggere anche con questa chiave le reazioni tedesche alla mossa di Mario Draghi e all’eventualità che la Bce possa operare direttamente sui mercati secondari dei titoli come fece l’anno scorso. La cancelliera e il governo hanno taciuto per un bel po’. Poi a parlare ci ha pensato la Bundesbank ed è stato un secco altolà. Come la pensi la Banca centrale tedesca in materia di interventi diretti della Bce è testimoniato dalle clamorose dimissioni del tedesco Jürgen Stark dal board quando si profilò per la prima volta l’acquisto diretto di titoli. Allora la cancelliera non ci pensò dieci minuti a sostituire Stark con Jörgen Asmussen, di provenienza socialdemocratica e meno rigido. Stavolta è andata oltre: rompendo il silenzio con una telefonata a Hollande, ha praticamente sconfessato la sua Banca centrale e il suo presidente Weidmann. Non solo ha riecheggiato Draghi dicendo che «faremo di tutto per salvare l’euro», ma si è anche adeguata alla formula dell’«applicazione immediata» delle decisioni del Consiglio europeo di fine giugno che tante turbolenze aveva provocato nelle ore precedenti. L’interpretazione corrente è che quelle decisioni prevedano anche l’intervento diretto della Bce. Poco prima, il ministro delle Finanze Schäuble era stato altrettanto chiaro: Berlino rispetta le decisioni dell’Eurotower. L’evidente contrasto tra la Bundesbank e il governo è il segnale di un mutamento in atto a Berlino? Schäuble, è vero, ha posto un significativo paletto, spiegando che la Germania è comunque contraria alla concessione della licenza bancaria all’Efsf e, quando sarà, all’Esm. Ma pare di capire che lui e la cancelliera abbiano mollato abbastanza sul principio del «rispetto dei ruoli» da parte dell’istituto europeo di Francoforte. Ciò significa che la Bce non è più considerata a Berlino solo il cane da guardia dell’inflazione, come fu voluta alla sua creazione e com’è stato fino all’avvento di Draghi? Frau Merkel e il suo Schäuble si spingerebbero fino ad accettare persino che stampi moneta (o consenta agli Stati di stamparne) per sostenere gli acquisti di titoli? A giudicare dalle parole parrebbe di sì, anche se si deve essere prudenti perché non mancano precedenti di evoluzioni dell’orientamento del governo tedesco poi precipitosamente rientrate di fronte al rischio di lacerare la coalizione che lo sostiene.
È questa l’incognita che grava sugli sviluppi dei prossimi giorni. Se la cancelliera sentirà troppo sul collo il fiato di coloro che la contestano da destra e vedrà la sua poltrona in pericolo, sarà forte il rischio che torni in qualche modo indietro. Non sarebbe la prima volta. Però un’evoluzione, a Berlino, c’è stata. Bisogna riconoscerlo e, magari, lavorare perché si traduca presto in fatti.