BANDIERA EUROPA

Partita aperta sulle «condizioni»

07 settembre 2012

Funzionerà, stavolta, la cura Draghi? Le prime reazioni delle Borse e l’andamento degli spread italiano e spagnolo fanno pensare che almeno l’effetto annuncio abbia funzionato. Ma non si può dimenticare che anche l’anno scorso, quando la Bce acquistò massicce quantità di bond, accadde qualcosa di simile e però la fiammata d’ottimismo durò molto poco. Dopo qualche settimana eravamo punto e a capo. E ora ci sono “condizionalità” (per dirla alla Draghi) che allora non c’erano.

I Paesi che verranno aiutati con l’effetto calmierante degli acquisti dei titoli dovranno fare domanda di accesso ai fondi di stabilità, l’Efsf, ormai quasi vuoto, e l’Esm, ancora nelle mani dei giudici di Karlsruhe. Il ricorso obbligato ai fondi riaprirà il problema che si era pensato di poter by-passare: l’accesso ai fondi è condizionato (appunto) al rispetto dei loro statuti, i quali prevedono severe prescrizioni a chi vi ricorre. Tornano i Memorandum of Understanding e i controlli esterni? E come si farà a farli ingoiare non già alla Grecia, ma a un grosso Paese come la Spagna e uno ancor più grosso, chiamato Italia, che è tra i soci fondatori dell’Europa?
Insomma, la mossa di Mario Draghi ha potenzialità positive, specie nel breve periodo, ma non risolve il problema di fondo: la mancanza di equilibrio tra le misure che obbligano alla disciplina di bilancio e la necessità di uscire dalla recessione. O di non entrarvi. Dalle stime dell’Ocse, ieri, è arrivata una bastonata che a Berlino fa male parecchio. Perfino la potente Germania, quella che riesce a piazzare i propri titoli di Stato praticamente gratis, nella seconda metà di quest’anno avrà una crescita negativa (-0,2) e nel semestre successivo ancora di più (-0,8). Ancora qualche mese di scivolamento e poi sarebbe recessione anche ufficialmente. E la recessione a Berlino non è come a Roma, Madrid o Parigi: qui potrebbe avere effetti psicologici pesanti; governare la crisi “tedesca”, oltre quella europea del debito, potrebbe rivelarsi molto, molto difficile. Specie in un anno di elezioni come il 2013.
Che il governo della cancelliera Merkel abbia sbagliato di grosso a impostare tutta la strategia di difesa dell’euro sulla sua austerity è un’opinione ormai largamente diffusa in Europa e nell’amministrazione americana. E comincia a farsi strada, almeno un po’, anche nella Repubblica federale, specie se continuano ad arrivare brutte notizie dagli indicatori economici. Quella strategia, però, è stata il frutto non solo di una convinzione ideologica, ma anche della sovrapposizione della politica interna tedesca a quella economica europea. Prendiamo due esempi recenti: giorni fa Frau Merkel non ha smentito un suo deputato secondo cui lei avrebbe detto di essere contraria al carattere “illimitato” dell’intervento della Bce. Perché fa sapere di essere contraria quando appena una settimana prima si era detta d’accordo? Risposta: parlava davanti ai parlamentari della Cdu, pronti ad accettare obtorto collo gli acquisti di titoli, ma non la loro istituzionalizzazione, che in maggioranza vedono come un imbroglio per stampare moneta e risvegliare il Dracula dell’inflazione (maledetta inflazione: quanti errori si fanno per farti restare nella tomba). Ancora prima i giornali di mezzo mondo avevano dato grande rilievo alla dichiarazione della cancelliera sui mercati “cattivi” che affamano il popolo. Una resipiscenza, la correzione di un atteggiamento che ha visto l’ultraliberista governo di Berlino rifiutare ogni proposta di regolamentazione degli stessi mercati per farli diventare un po’ meno “cattivi”? Macché. Angela Merkel parlava davanti a una platea della Csu bavarese, attraversata da forti pulsioni populiste e da un certo mai morto spirito anticapitalistico di matrice cattolico-conservatrice. La cancelliera Zelig faceva campagna elettorale. Si adeguava agli umori della platea, proprio come faceva a suo tempo Berlusconi, buon anima.
Questa sovrapposizione è pericolosa e i rischi aumenteranno man mano che il voto si farà più vicino. Bisognerebbe, in qualche modo, disinnescare la bomba elezioni tedesche. E non sembra ci sia altro modo che cambiare la strategia anti-crisi rendendola davvero “europea”. In Germania la Spd sta elaborando il suo programma economico, nel quale si dovrebbe insistere molto sulla collegialità delle scelte: dalla condivisione del debito a un’accelerazione dell’integrazione in una Unione politica che corregga il deficit di democrazia che la strategia attuale porta con sé. Altri partiti europei di sinistra e democratici affrontano lo stesso problema, proponendo, ad esempio, l’elezione di un’Assemblea costituente contestualmente al voto per il Parlamento europeo del 2014. Le scelte anti-crisi dovrebbero avere questo segno. Quella della Bce può anche funzionare, ma questo segno non lo ha.

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